L’esperienza di Fermare il Declino e gli avvenimenti dei cinque anni seguenti mi hanno convinto che il nostro tentativo – fosse anche stato maggiormente meditato, meglio organizzato e più fortunato – non avrebbe comunque avuto un grande successo perché la (stragrande) maggioranza degli italiani semplicemente vuole l’opposto di quanto consideravamo (e considero) buona politica. Maturata questa convinzione a fine del 2013 e pagato durante il 2014 lo scotto d’accompagnare quell’esperienza politica al camposanto – mi sentivo e mi sento in grande debito con le migliaia di generose persone che ci avevano creduto – non ho smesso di chiedermi se esista una strada capace di condurre l’Italia su un sentiero differente, migliore.

Il sommario di questo personale girovagare è presto detto: vedo improbabili inversioni a breve termine ed il declino non cesserà la mattina del 5 marzo. Non ve ne sono le condizioni sociali, culturali e politiche. Data la sua inevitabilità, meglio interrogarsi sulle sue ragioni e provare a vedere quale, fra gli scenari possibili, possa offrire una maggiore probabilità (in un futuro non prossimo) d’inversione di rotta. Predicar oggi, come abbiamo fatto per anni, di politiche alternative da adottare è un’inutile e frustrante perdita di tempo. Il “migliorismo” – questo vezzo storico della borghesia italiana – oggi mi par buono solo per prolungare l’equivoco. Questo il tema che provo a svolgere in queste, noiose, riflessioni.

Ripensato storicamente, l’oramai trentennale declino appare conseguenza del combinarsi di fattori esterni ed interni al paese. Gli esterni non sono tanto la crisi finanziaria del 2008 – che troppi ancora invocano come “la causa” della situazione attuale senza voler vedere che TUTTI gli altri paesi ne sono poi usciti, fatta salva la Grecia a cui meriterebbe dedicare una riflessione a parte – ma ben altri, iniziati prima ed ancora in corso. Mi riferisco ai processi di cambiamento culturale e tecnologico e di globalizzazione economico-sociale i quali, da quasi quarant’anni, stanno redistribuendo mondialmente cononoscenze, fattori di produzione e origine/destinazione di merci e servizi. I fattori interni sono, in brutale sintesi, le modalità con cui, a partire dalla fine degli anni ’60, le elite italiane hanno diretto il paese bloccandone lo sviluppo economico, istituzionale e tecnologico e favorendo il sedimentarsi di una cultura della “eccezionalità nazionale”. Se nella Spagna falangista il regime propagandava l’idea di “Espanya es diferente”, che le classi dirigenti post-franchiste si son sforzate di smontare, da decenni in Italia le elite dominanti (che non sono solo quelle politiche, ma anche quelle mediatiche ed economiche) spingono l’idea di una “Italia differente”.

In questa longue durée che rialloca mondialmente risorse, talenti, tecnologie, produzioni ed esseri umani, l’Italia ha finito per scegliere d’essere produttore di beni e servizi di bassa qualità che generano crescita lenta, trainata (fino a quando dura) dalla crescita e dalle innovazioni altrui. Il deleterio mito delle “svalutazioni competitive” – che dalla metà degli anni ’70 domina l’immaginario dell’imprenditore italiano medio e del pseudo-economista suo lacchè – fu, ed ancora purtroppo è, uno dei volani mediatici di questa scelta. Accanto ad esso altre, deleterie, mitologie nostrane hanno giocato un ruolo chiave: l’invincibile artigiano o piccolo imprenditore che, grazie alla sua destrezza, compete ad armi pari con chi investe in R&D; lo stile, gusto o genio italiano che ci porterebbe a dominare naturalmente interi settori; il turismo “culturale” (sic!) come petrolio nazionale e via elencando fantasie prive di fondamento propagandate dalle elite nazionali. Financo, e chiudo qui perché non è di economia che voglio parlare, all’idea dei distretti industriali che invece d’essere compresi per quel che furono – una risposta difensiva all’avanzare della R&D altrui, risposta che doveva essere un ponte transitorio verso imprese di maggiori dimensioni, capaci di generare propria R&D in interazione con il sistema università-ricerca per competere globalmente – vennero trasformati in una specie di monumento nazionale e come tali pietrificati … sino al giorno in cui ci si rese conto che erano in gran parte scomparsi.

Il traino dell’economia italiana durante questi decenni, traino che stiamo da un anno circa sperimentando di nuovo, fu ed è possibile grazie a vecchi legami-vincoli politico-commerciali (NATO, UE, WTO, BCE …) e grazie alla presenza nel paese di zone ancora avanzate e dinamiche – praticamente tutte in un raggio di 200 km dal fiume Po. Pur trainandoci commercialmente nelle sue fasi espansive, questo processo fa perdere all’Italia, da decenni ed in modo accelerato, il suo capitale umano di maggior talento attraendo invece lavoratori con basse qualificazioni, perché di questi abbisognano i nostri fattori fissi. Ad ogni recessione questo processo riallocativo si approfondisce ed aggrava e, ad ogni ripresa, esso appare meno capace di condurre con se il resto del paese, intere aree del quale (penso a buona parte del Mezzogiorno e della dorsale appenninica) appare oramai isolato dalle dinamiche mondiali e sorretto solo dai trasferimenti, espliciti od occulti, che fluiscono dalle aree ancora dinamiche.

Processi talmente avanzati non si invertono dalla mattina alla sera e non di certo attraverso un semplice aggiustamento dei conti pubblici o una crescita dell’1,5% del PIL un anno ogni quattro. Essi sono invertibili solo a due condizioni: l’emergere di una elite socio-politica capace di indicare ed attuare le radicali riforme necessarie ed un consenso di popolo per queste. Oggi, in Italia, entrambe le condizioni sono assenti. Quello che a me interessa, almeno in questo articolo, è cercare una risposta alla seguente domanda: rebus sic stantibus e con in mente un orizzonte temporale che arrivi almeno al dopodomani, quale risultato elettorale e quale governo massimizza la probabilità che (a) una elite con i menzionati requisiti si candidi a governare il paese e, (b) una percentuale non risibile dell’elettorato comprenda che cambiamenti radicali sono necessari perché il declino s’inverta?

Ho descritto altrove (i curiosi le possono trovare nei paragrafi centrali di codesto articolo) le coordinate culturali che mi sembrano localizzare il pensiero odierno di circa il 90% degli italiani. Non buone, per dirla in due parole, ma quelle sono e son condivise da destra a sinistra. Infatti, ed è questo un punto chiave, quelle coordinate valgono tanto per l’elettore medio di Grasso che per quello della Meloni (e di tutti quelli in mezzo). L’unica differenza sta nell’uso dei termini “fascista/comunista” e, forse, nella reazione pubblica agli immigrati, ai sindacati e all’evasione fiscale. Per il resto, per le cose che contano, vedo poche distinzioni. Per questo voglio cercare d’argomentare – tanto lo so che mi darete del pazzo – che è meglio lasciar vincere chi questo “pensiero comune” lo rappresenta ed enuncia esplicitamente. Invece di votare per il meno peggio esprimiamo una domanda esplicita per qualcosa d’altro, che al momento sulla scheda non c’è. Insomma, conta più la pratica della grammatica, e mi spiego.

Credo di non sorprendere nessuno se dico che per la mattina del 5 marzo, solo quattro scenari sono possibili. (A) Una maggioranza relativa, forse parlamentare, della coalizione di destra che potrebbe governare da sola o aver bisogno di qualche appoggio dal M5S che, nella mia cattiveria, BS in qualche modo troverebbe (lo spirito dei miracolati è forte ma la carne meno, come provano i rimborsi). (B) Una maggioranza relativa, non parlamentare, della coalizione di sinistra che dovrebbe a quel punto cercare la grande coalizione con BS, il quale dovrebbe scaricare i due pupazzi che le sue televisioni e giornali hanno in questi anni creato. (C) Una vittoria del M5S che renda impossibile non affidare l’incarico al re dei congiuntivi, il quale i parlamentari eventualmente mancanti dovrebbe trovarseli a destra. (D) Un parlamento privo di qualsiasi maggioranza “politica” e, di conseguenza, un governo Mattarella composto dall’ennesima squadra di burocrati di stato e paraggi, sorretto, non so bene come, da una qualche mega-maggioranza parlamentare capace solo di permettere o ben errori o ben lo status quo (Monti docet).

Bene, siccome non credo che i miei articoli siano letti da milioni di italiani ma solo da qualche migliaio di persone e che queste siano, culturalmente, quasi tutte appartenenti ad una certa elite, mi permetto di scommettere che, fra le persone che mi leggono, il meno peggio sia o ben (B) o ben (D). Concordo con i miei lettori: (B) è il meno peggio, seguito da (D) ad notevole distanza. Notevole perché – da quando li conobbi la prima volta, Pietro Ingrao presiedeva da poco la Camera, – i burocrati romani m’hanno sempre dato una forma particolare di ribrezzo che è solo aumentata nel tempo: hanno mani appicicaticce.

Voglio argomentare che, dal punto di vista del dopodomani, sono invece (A) o (C) i governi aupicabili, con (C) meglio di (A). La ragione per cui ritengo (C) meglio di (A) è semplice: se BS controlla ancora il gioco nessuna delle follie che lui ed i suoi compari han promesso verrà messa in atto ed il tutto evolverà come nei casi precedenti: tante chiacchiere e pochi, propagandistici, fatti. Io, invece, vorrei qualche fatto, qualche cambio, qualche riforma populista. Perché, insisto, conta più la pratica della grammatica e credo necessario che qualcosa succeda. NO, non la catastrofe, il botto, il default o come diavolo volete chiamare quella strana cosa che molti s’immaginano ma che io non ho mai creduto possibile. Ma degli atti di concreto populismo sì.

La ragione per cui auspico (C) è presto detta ed è, se volete, pedagogica. Viviamo oggi nella “vera democrazia”: ogni opinione ha lo stesso valore ed è il consenso della maggioranza (non tanto politica ma culturale e valoriale) che determina ciò che i governi fanno o non fanno. Oggi, in Italia, il consenso dice che i problemi italiani non sono strutturali ed italiani ma temporaneamente indotti dall’estero o da dei complotti elitari: gli immigranti, la UE, la mancanza di sovranità monetaria, l’impossibilità di finanziare addizionale e sostanziale spesa pubblica a debito, il commercio aperto al resto del mondo, il rifiuto di sussidiare ancor più di quanto si faccia gli improduttivi e parassitari, la presenza di aziende estere (Amazon, Amazon!), la non protezione delle piccole imprese familiari e dell’artigianato, e così via. Non credo vi sia maniera alcuna di far comprendere ad una frazione non risibile dei cittadini italiani che queste sono solo follie e chimere altra dal metterne almeno alcune in pratica. Ne basteranno alcune, non serviranno tutte.

Considerate il terribile silenzio-assenso con cui è stato appena accolto il contratto di lavoro per la scuola. E’ solo un esempio fra mille: la scuola e l’università italiana procedono da decenni verso lo sfacelo. Questo contratto elimina le miserrime cose decenti che il governo Renzi aveva introdotto ed accentua gli elementi dello sfacelo: tutti contenti. TUTTI contenti, da destra a sinistra. Ma gli effetti di queste scelleratezze sulla scuola si vedono solo nel lungo periodo e solo se sai leggere i dati e stabilire nessi causali. Ecco, io credo NECESSARI atti concreti di populismo governativo, con effetti nel breve periodo. La pratica, non la grammatica.

Questi argomenti mi hanno portato alla conclusione che, guardando al dopodomani, sia preferibile lasciare che il 4 marzo vinca il populismo invitando all’astensione o all’annullamento della scheda.

(i) Perché sul piano delle politiche concrete non vedo ragioni per aspettarsi grandi differenze. I populisti non usciranno dall’Euro, non creeranno la seconda moneta, non faranno esplodere il debito, non metteranno i dazi, eccetera. Faranno grandi annunci ed atti simbolici per far credere al loro elettorato che stanno mantenendo le promesse replicando, in grande scala, la sceneggiata che la Casaleggio Associati ha fatto fare al proprio gruppo parlamentare sulla “restituzione dello stipendio”. Non vi sarà catastrofe ma un leggero accelerarsi della velocità del declino ed un evidenziarsi della futilità/dannosità delle scemenze populiste e neofasciste.

(ii) Perché, in democrazia, è sia giusto che sano veder governare quelli che si spacciano come i veri rappresentanti del popolo italiano, in alternativa a chi ha sempre governato. Sostengo da sempre che il ricambio di classe politica sia comunque condizione necessaria perché il cambiamento, se possibile, emerga. Ma, soprattutto, per verificare, in carne viva che costoro non sono per nulla diversi (men che meno migliori) di chi sino ad ora ha mantenuto lo status quo. Senza che i supposti “uomini nuovi” provino a governare la maggioranza degli italiani continuerà a credere di vivere in un regime e di essere soggetto a complotti di vario tipo. Mentre non è per nulla garantito che vedere all’opera costoro possa convincere il popolo italiano che il consenso nazionale su cause e cure del declino sia una gigantesca fandonia, non si può nemmeno escludere che, di fronte ai fatti, una percentuale non risibile se ne renda conto e si ponga il problema di trovare una soluzione diversa sia dalle follie populiste che dal mantenimento dello status quo.

(iii) Perché questo implicherebbe una definitiva sconfitta elettorale sia di Renzi che di BS. Mentre è vero che al secondo ci sta pensando comunque la natura, è politicamente rilevante che non si spenga in sella ad un partito ancora forte ma che, invece, fracassi il suo progetto di ri-diventare il dominus del prossimo governo. Solo se questo progetto fallisce l’uscita di scena di BS sarà accompagnata da quella dell’imbarazzante accozzaglia di servi le cui fortune politiche e personali egli ha costruito in questo quarto di secolo. Nel caso di Renzi e del PD, poi, la sconfitta è condizione necessaria per porre fine al dannosissimo equivoco di Renzi “rottamatore/riformatore” e per liberare dall’ipoteca che questo equivoco ha generato quelle residue forze riformiste che, dentro e nei paraggi del PD, sono oggi la sua miglior foglia di fico. Detta brutalmente, questa è anche la ragione per cui +Europa non va votata: perché, al di là delle sue dubbie candidature di professionisti del liberismo per tutti i padroni, essa è la miglior copertura dell’equivoco chiamato Matteo Renzi. Con Renzi e BS/FI sul ponte di comando ogni spazio per costruire un’alternativa politica cessa ed il consolidamento di un’opposizione populista e neofascista diventa inevitabile.

La prima versione di queste mie riflessioni ha ricevuto svariate critiche Discuto brevemente le più sensate e valide.

1) Non crediate che un governo del tipo C sia necessariamente la catastrofe. Se vincono grideranno tanto e poi chiederanno ai funzionari ministeriali cosa fare. Questo non vuol dire che governeranno bene, anzi: la Roma Ladrona è prima di tutto quella dei funzionari ministeriali. Il maggio del 2018 in Italia non replicherà il maggio di otto anni prima ad Atene.

2) Non è vero che Montanelli si sbagliava interamente quando diceva che per far perdere consenso a BS bastava lasciarlo governare. Non solo ogni volta che lo ha fatto ha poi perso le elezioni successive ma, dopo il suo secondo governo (che il “tradimento di Bossi” del 1994 fu solo campagna elettorale per BS) ha visto la sua centralità politica scomparire e ci son voluti cinque anni di follie renziane per ridargli un ruolo chiave. Ripeto quanto detto prima: non c’è alcuna garanzia che veder governare i “barbari” possa convincere un la stragrande maggioranza degli italiani che tali sono ma nemmeno si può escludere che una percentuale rilevante del loro elettorato riconosca i “barbari” dalle loro azioni e si ponga il problema di cercare, una volta ancora, altrove. Si tratta di una scommessa? Certamente, ma non di una scommessa folle.

Ma poi chi li raccoglie i cocci? Chi avrà il coraggio e la capacità politica per farlo.

Da almeno un quarto di secolo il declino s’alimenta dell’assenza di una forza politica estranea alle burocrazie capitoline e capace di proporre un pragmatico sentiero di crescita, scevro degli slogan ideologici o ben “socialisti” o ben “liberali”. Nessuna delle forze politiche oggi esistenti ha, neanche lontanamente, tali caratteristiche. L’obiettivo, ancora una volta, è quello di costruirla. Senza che si dissolvano gli equivoci illustrati sopra e si liberino da essi grandi masse di voti non vi è spazio alcuno per una impresa di questo tipo. PD&FI sono stati prodotti dalla disintegrazione e riaggregazione delle forze politiche della Prima Repubblica, diventandone i due contenitori. Entrambi sono sorti attorno a promesse di cambiamento poi rivelatosi false: socialdemocratica l’una, liberal-nazionalista l’altra. La crescita del populismo neofascista è il prodotto del fallimento di tali promesse. Finché questi due contenitori continueranno a raccogliere il 40-50% dei voti e a controllare il potere, il populismo ed il neofascismo avranno terreno fertile per crescere e radicalizzarsi diventando, nel tempo, pericolosi per davvero. Se credete di aver visto tutto il peggio possibile in questa campagna elettorale, ricredetevi: potrebbe essere molto ma molto peggio dopo altri cinque anni d’un governicchio Renzi-BS.

Solo (a) la disintegrazione parallela di questi due contenitori ideologico-sociali e (b) la messa alla prova – con eventuale fallimento: se dovessero aver successo avremmo solamente da ricrederci e rallegrarci – del fronte populista e neofascista, possono liberare (se esistono, altrimenti il destino è comunque segnato) le forze sociali ed intellettuali necessarie alla costruzione di un partito capace di governare la globalizzazione e la crescita economica italiana.

Son cosciente di stare a proporre sia un evento poco probabile (se oggi dovessi scommettere dei soldi scommetterei su un risultato compreso fra B e D) che una strada stretta e rischiosa. Ma, superato il timore dell’ignoto e con l’occhio rivolto al dopodomani, non vedo altra strada percorribile. Per quanto mi riguarda questa è l’unica partita che valga la pena di giocare nel decennio che viene e, per poterla giocare, mi pare inevitabile fare la scommessa che qui suggerisco. Rischiosa, ma non ne vedo altre.

P.S. Comunque non preoccupatevi, son solo fantasie intellettuali.

  1. Michele ti leggo spesso perché spesso mi trovo in sintonia con le tue conclusioni, ma questa volta non posso essere d’accordo. La soluzione C è la peggiore in assoluto, perché contrariamente a quando scrivi che non metteranno in atto nessuna delle follie populiste che propongono (diritto di cittadinanza in primis) sono convinto che lo faranno, perché a governare ci saranno degli incompetenti sostenuti da ignoranti, la cui somma darà come risultato l’imprevedibilità, senza contare che l’instabilità che ne deriverà ci porterà al default
    in tempi brevissimi, la cui uscita invece sarà in tempi lunghissimi. Mi dispiace, ma per mia figlia non lo posso accettare.

  2. Marco Berti says:

    Le sue considerazioni sono convincenti e ben argomentate (non avevo dubbi), sarei tentato di seguire il suo suggerimento se non fosse che intravedo (e sostengo) l’obiezione 1) : “Se vincono grideranno tanto e poi chiederanno ai funzionari ministeriali cosa fare.” Sono convinto che per quanto possa essere grande l’inettitudine e la stupidità degli amministratori della cosa pubblica, esiste una specie di gigantesca “inerzia” dell’apparato statale, che si è consolidata nel tempo, che consente all’ Italia di funzionare malamente, cialtronescamente, ma di funzionare nonostante tutto. Probabilmente è la stessa inerzia che fa si che, approfittando di una congiuntura economica favorevole, il PIL italiano stia comunque crescendo trascinato da eventi esterni e non da una classe dirigente che stia seguendo una rotta ben precisa (non ho una sufficiente cultura economica, spero di essermi spiegato). Comunque, nel caso di C) o A), la violenta presa di coscienza che si auspica lei (e che mi auspicherei anche io, beninteso) non potrebbe avvenire perché semplicemente non si noterebbe, nella mediocrità che continuerebbe tutto sommato a fare andare avanti le cose.

  3. Fabrizio Bercelli says:

    Fantasia intellettuale per fantasia intellettuale, ne propongo una solo in parte diversa. Dei due elementi identificati da Michele Boldrin, élite e consenso, nel medio periodo a me sembra molto più rilevante il primo. Una mediocre prova governativa dei 5S temo sarebbe poco educativa e/o rilancerebbe l’élite precedente, insomma il consenso sostanzialmente non cambierebbe. La speranza meno improbabile è invece che si coaguli un’élite adeguata, sostenuta dai media, anche al di fuori delle vicende elettorali; essa potrebbe trovare un consenso sufficiente a operare, essendo il consenso labile e ondivago — la riforma Fornero è pur passata con un consenso sufficiente, senza che il paese neanche accennasse a rivoltarsi, e non credo verrà abolita.
    Allora si tratterebbe di vedere quali condizioni, in particolare quale esito elettorale, renda meno improbabile l’emergere di una élite adeguata. Continuo a ritenere che sia imprevedibile quale esito elettorale possa facilitare tale emersione e quindi semplicemente non so se convenga, a questo scopo, astenersi o votare un assai inadeguato meno peggio come +Europa.
    Forse Michele Boldrin ha ragione; ma, improbabile per improbabile, se dovessi scommettere dei soldi sulla posta che ha lucidamente identificato, e che anche secondo me è l’unica rilevante, potrei anche giocarli (pochi) su (B) o (D). Con il forte dubbio che ciò che conta, per l’imporsi di una élite adeguata, non avvenga il giorno delle elezioni.

  4. Andrea Rossi says:

    Articolo che condivido quasi in toto per la seconda volta. Ma ancora una volta sono piu pessimista.
    Non credo che il governo M5S auspicato possa portare al disgregarsi dello status quo. La famiglia Berlusconi da un lato e i vari gruppi Montezemolo- Della Valle Elkann dall’altro cercheranno comunque una rappresentanza di riferimento (nessun complottismo, l’attività di lobbing esiste e andrebbe anche regolamentata, like US).
    Inoltre nessun governo ne uscirà così forte per poter fare quello che vuole. La storia già sentita più e più volte del “avremmo voluto ma (inserire a caso una voce a scelta fra: Europa cattiva, sinistra cattiva, destra cattiva) ce l’ha impedito” ha convinto abilmente gli italiani.
    Quindi?
    Quindi non lo so. Forse il fagotto è davvero l’unica soluzione. Tristemente

  5. Morelli Gerardo says:

    Dal tuo post:
    […”]….Processi talmente avanzati non si invertono dalla mattina alla sera e non di certo attraverso un semplice aggiustamento…..
    Essi sono invertibili solo a due condizioni: l’emergere di una elite socio-politica capace di indicare ed attuare le radicali riforme necessarie ed un consenso di popolo per queste.[…]

    Michele nel 2011 ti inviai un pdf su come, dove quando; con che strategie e tecniche si poteva tentare la “Impossible Mission” per fare invertire l’attuale nefasta tendenza politico/sociale, ma tu allora mi dicesti che eri troppo impegnato.
    Noto però con piacere che la necessità di una riforma radicale è ancora ben radicata in te.

    A mio parere sono ben poche le persone che potrebbero favorire la nascita delle due condizioni da te citate.
    Tu sei una di queste e tralasciando dissertazioni molto belle ma di incerta utilità, potresti concentrarti sulle due condizioni citate e trasformare una visione in un progetto largamente condiviso. Vogliamo parlarne?
    Con stima, cordiali saluti
    gm

    Cordiali saluti

  6. Il declino c’è. Se qualcuno non lo vede è semplicemente perché non è in grado di valutare la situazikone italiana con gli altri maggiori paesi europei (senza andar troppo lontano). Le cause più o meno son quelle che descrivi. Sulle prospettive: capisco il discorso dello ‘sbatterci contro il naso’ ma sui risultati non sarei così ottimista. La struttura demografica è quella che è, e non la possiamo cambiare, anche perchè gli immigrati a basso valore aggiunto che arrivano in Italia non portano certo una ‘cultura dell’innovazione’, quindi dubito che la lezione possa essere appresa. Il mantenimento dello status quo, per quanto in peggioramento, sarà ancora dominante.

  7. Antonio Bertolucci says:

    Caro professore,
    non ho mai considerato una sconfitta l’epilogo di Fermare il Declino, nè per me stesso, nè per i fondatori e gli aderenti.
    Quell’esperienza mi ha arrichito, ha coagulato un’idea che sembrava estinta, ha lasciato tracce ancora oggi riconoscibili nel pensiero, nel modo di esprimersi, nel desiderio o, per lo meno, nella speranza di riutilizzare la sua parte migliore.
    Ha ragione, questo paese non è pronto per i veri cambiamenti, anzi è refrattario ad essi e lo sarà ancora per un tempo indefinibile. La maggioranza dei cittadini è più interessata a mantenere i privilegi e le rendite di posizione, piuttosto che a rinnovare se stessa e la politica in armonia con la parte più evoluta e civile del globo.

    Come non bastasse, le classi politiche dominanti hanno favorito, più o meno consapevolmente, la germinazione dei populismi nostrani con i quali oggi devono fare i conti. Confesso di non avere le idee chiare per auspicare una rassegnata prevalenza di una delle soluzioni che lei prospetta. Molto onestamente non riesco neppure a minimizzare i vari problemi sociali tra i quali il fenomeno immigratorio, così mal gestito da gravare quasi esclusivamente sulle già degradate periferie delle città. Benzina sul fuoco del malcontento e del disagio sociale.

    Il 5 Marzo sarà tutto sommato un giorno gradevole, la fine della peggiore campagna elettorale della mia vita, l’inizio di nuove alchimie politiche e non mi auguro sia il preludio ad una altro appuntamento elettorale.
    Per ora mi limito a seguirla sempre con vivo interesse e, me lo consenta, con un po’ di rimpianto.

    Cordiali Saluti
    Antonio Bertolucci

  8. Ressegotti Erminio says:

    Condivido l’analisi ma non le conclusioni. Certe occasioni non si ripetono. Tra le varie opzioni, preferisco quella di correre il rischio che ci sia una fase di ingovernabilità con M5S che viene coinvolto in qualche alleanza sui programmi e far votare che ciò avvenga. L’estremo tentativo sarebbe di mandare in minoranza sia SB che R e che portino come primi punti programmatici la riforma della Costituzione, della legge elettorale e le norme sulla democrazia partecipata e diretta, come seonda gamba della democrazia rappresentativa che è degenerata a governo dei rappresentanti. Proprio oggi il presidente della Corte Cotituzionale a detto che il popolo/cittadino ha nelle sue mani l’unica possibilità di incidere sulla vita politica attraverso la partecipazione al voto. Sembrava quasi voler dire che chi non andava a votare dovrebbe essere richiamato a tale dovere e magari sanzionato. In alcuni cantoni della Svizzera pare sia rimasta questa prassi. Ti segnalo che il presentarsi al seggio dichiarando di non voler votare o votare scheda nulla, non incide sulla ripartizione dei seggi che si calcola sui sui voti validi. Assieme a chi si astiene, diventano ininfluenti sul risultato. SB e R ne sarebbero felici anche se poi in TV piangeranno lacrime da coccodrillo, prendendo il paese per i fondelli. Le altre opzioni di alleanze avverranno su tappeti di velluto nella casta dei politici eletti.
    A mio avviso la prima cosa da fare è pensare ad un nuovo partito che parta da una aggregazione della galassia dei mini partiti e liste civiche, che si riconoscano negli elementi programmatici che ti ho sporacitato. Una evoluzione/maturazione consapevole da parte del M5S sarebbe ottimale e possibile e aggregante da subito.
    Il limite di tutti i partiti nella loro struttura statutaria o di effettivo comportamento, ovvviamente strumentale a chi appartiene o pensa di arrivare ad appartenervi, è quello che il politico va selezionato sulla sua credibilità e onestà personale, combinata da promesse che attirano emotivamente il consenso. SB e R sono dei maestri in tal senso.
    IL dibattito di questi giorni ha evidenziato che non esiste uomo e tanto meno una casta che sia composta da persone oneste, capaci e incorruttibili.
    Concetti generali vincolanti, da estendersi anche a tutte le espressioni di amministrazioni pubbliche elettive a mio avviso non esaustivamente sarebbero:
    – Vietare qualsiasi conflitto di interessi di tipo economico o di tipo sudditanza clientelare con voto di scambio
    – Vietare ipotesi dove il controllato nomina il suo controllore, vedasi revisore dei conti o comitato dei garanti, ecc.
    – Inserire negli statuti strumenti di partecipazione seriamente codificati, sia consultivi che vincolanti, a secondo delle opportunità o necessità.
    – Avere come premessa statutaria propria e come obiettivo politico trasferire questi concetti in statuti e regolamenti di tutte le amministrazioni pubbliche elettive, non lasciando che su queste tematiche vi sia la discrezionalità del politico coinvolto. Non si tratta di una imposizione di una ideologia o simili, sono solo strumenti che in linea teorica nessuno dovrebbe contestare. Oggi tutti i politici eletti a tutti i livelli, inserisicono alcuni di questi strumenti, con sbarramenti impraticabili, senza scadenze di risposta, ecc.
    Il politico onesto ed a servizio dei cittadini, non avrebbe nulla da temere, anzi da auspicare per un ritorno ad una partecipazione della gente alla vita politica. A chi cerca scuse ritendolo pesantemente affaticante, basta rispondere che si parte con le soglie azzerate nel quorum e limiti di firme promotrici realistiche. Se questi timore si dimpstrassero reali, periodicamente con verifiche di dati, si alzeranno tali limiti senza particolari problemi.
    Per evitare il malinteso che questo sostegno agli strumenti partecipativi sia intrepretato come una utopia di un vecchio sognatore, ti premetto che il riferimento ad uno stato che si avvicina a queste modalità nella sua vita politica à la Svzzera. Nel sito web statale, scritto in molte lingue di cui una è l’italiano, si può avere una interessante panoramica su questa tematica.
    In estrema sintesi ritengo di poter affermare che questi strumenti partecipativi e anche vincolanti, ad esempio le retribuzioni e benefit dei politici, sono sottoposti a referendum vincolanti proprio per eliminare conflitti di interesse.
    Questi strumenti a detta dei loro amministratori sono da considerarsi come catalizzatori che innescano reazioni virtuose nel produrre leggi amministrative e significativamente anche di efficienza economico gestionale dei loro bilanci amministrativi. Da uno studio interno alla stessa svizzera con riferimento ad un rapporto fra strumenti più incisivi di democrazia partecipata che comunque sono presenti fra i vari cantoni e l’incidenza a carico dei bilanci delle amministrazioni comunali, il PIL prodotto è maggiore e i costi gestionali dei servizi sono inferiori nei cantoni con maggior strumenti di partecipazione. Potrebbe essere interessante una analisi di verifica in tal senso. Il cittadino sorveglia l’efficenza quotidiana e segnala sapendo che il politico lo ascolta se migliorativa e vuole esser rieletto.
    La legge elettorale ovviamente non è maggioritaria a liste bloccate, ma sostanzialmente proporzionale con bassa soglia e significativa libera espressione di preferenze.

  9. Ressegotti Erminio says:

    Se possibile chiedo venga fatta correzione di alcuni errori di ortografia del commento inviatovi da
    Torbole sul Garda

    • Michele Boldrin says:

      Non si preoccupi. In luoghi come questi e scrivendo di fretta gli erori di orttograffia li faciamo tuti 🙂

      Hugs, m

  10. Vincenzo Tortorici says:

    Egregio Professore,
    ho letto con molto interesse e condivido sul piano dell’esercizio intellettuale: il suo ragionamento è certamente logico e razionale.

    Anzi, l’idea che gli elettori del M5S possano toccare con mano l’incapacità di governare dei loro vanagloriosi beniamini mi sorride alquanto! Ricorderà senz’altro Jannacci quando allo zoo voleva aprire la gabbia del gorilla “per vedere l’effetto che fa”

    Poi penso
    – che i grillini dovrebbero sempre condividere il governo con qualcun altro, perché un monocolore M5S non è ipotizzabile, e quindi potrebbero finire per perpetuare la solita palude stagnante, senza infamia e senza lode ( e l’esperimento fallirebbe);
    – che una forte affermazione del M5S non garantirebbe comunque di disinnescare il pericolo neofascista, atteso che i grillini non brillano certo né per spirito democratico né per fede militante di antifascisti;
    – che le conseguenze di un simile stress-test sulla già scarsa credibilità del Paese sui mercati finanziari internazionali potrebbe essere più pesanti del previsto.

    Insomma, temo che l’atteso “effetto catartico” della soluzione M5S potrebbe non verificarsi, mentre resterebbero da gestire, con ancor maggiori difficoltà, le macerie create dalla improvvisazione dilettantesca e saccente degli esponenti M5S. In un contesto di malcontento e di rabbia crescenti nel tessuto sociale più esposto e fragile.

    Ciò premesso, pragmaticamente e mestamente, voterò PD sperando in una sostanziale tenuta del centrosinistra in Parlamento, in un Gentiloni premier ed in un Renzi segretario del partito e oarlamentare .

    Con rinnovata stima.

    Cordiali saluti
    Vincenzo Tortorici
    (già socio e sostenitore del movimento
    Fare per fermare il declino)

  11. Salvatore Paolillo says:

    Va bene ma non condivido la scelta dell’astensione, il voto è l’unica arma che abbiamo per sperare di cambiare, per cui la deduzione che traggo dall’articolo è votare M5S. La prossima settimana vedremo la squadra di governo che il M5S presenterà e su quella si potrà decidere con maggior lucidità.

  12. Prof. Boldrin, grazie della lettura estremamente lucida della situazione. Lei ha ragione su tutto. Personalmente trovo davvero poco probabile che un eventuale governo a matrice populista pentastellata, che evidenzi rapidamente le proprie inadeguatezze e incoerenza rispetto alle sciocchezze contenute nel programma propagandate quotidianamente, possa rappresentare il catalizzatore in grado di generare quel cambiamento culturale/sociale che lei (e non solo lei) auspica. Questo cambiamento potrebbe scaturire da un evento traumatico quale il default o una crisi economico-finanziaria grave (che faccia effettivamente perdere soldi agli italiani, cosa alla quale tutti sono sensibili), FORSE (dico forse perchè il contesto del 2011-2012, seppur grave, non ha prodotto negli italiani quella coscienza necessaria per il cambiamento e oggi siamo ancora a discutere del solito framework politico-sociale degli ultimi decenni, incancrenito). Come ha più volte evidenziato lei, rimane il problema di un gap culturale enorme, nella maggioranza degli italiani, rispetto ai popoli delle nazioni maggiormente evolute. Gap culturale che non consente di comprendere quale sia il percorso di riforme da attuare per ristabilire le condizioni della crescita. Questo problema purtroppo si riscontra – sorprendentemente – anche in fasce di popolazione che culturalmente (per background di studi e/o esperienza professionale) dovrebbero, auspicabilmente, condividere i meccanismi di funzionamento di un’economia moderna e competitiva e sostenere il cambiamento.
    Come dice lei, creare una cultura diffusa liberale e di “buon governo” (non quello di BS e Brunetta) richiede decenni e non si inizierà domani a costruirla, ahimè. Per quel che vedo il destino pare segnato, purtroppo. Per cui, oltre all’evento poco probabile che lei individua (vittoria chiara e governo 5stelle) ne vedo un altro altrettanto improbabile, cioè il risveglio degli italiani. Temo, ad esito di un (breve) governo 5stelle, una gigantesca crisi e confusione sociale, ancora una volta aggravata dalle leadership politiche.

    Non ritiene invece l’unica strada probabile e possibile – affinchè l’Italia si possa riformare – un intervento esterno conseguente a una crisi finanziaria che potrebbe prima o poi materializzarsi? Una soluzione alla greca, costa dirlo, ma è così. In qualche anno potrebbero essere ristabilite le condizioni della crescita e forse anche contribuire a inculcare la cultura (con la pratica), credo che gli italiani abbiano bisogno di questo, di farsela inculcare.

    Grazie.

  13. Morelli Gerardo says:

    Dal tuo post:
    […”]….Processi talmente avanzati non si invertono dalla mattina alla sera e non di certo attraverso un semplice aggiustamento…..
    Essi sono invertibili solo a due condizioni: l’emergere di una elite socio-politica capace di indicare ed attuare le radicali riforme necessarie ed un consenso di popolo per queste.[…]

    Michele nel 2011 ti inviai un pdf su come, dove quando; con che strategie e tecniche si poteva tentare la “Impossible Mission” per fare invertire l’attuale nefasta tendenza politico/sociale, ma tu allora mi dicesti che eri troppo impegnato.
    Noto però con piacere che la necessità di una riforma radicale è ancora ben radicata in te.

    A mio parere sono ben poche le persone che potrebbero favorire la nascita delle due condizioni da te citate.
    Tu sei una di queste e tralasciando dissertazioni molto belle ma di incerta utilità, potresti concentrarti sulle due condizioni citate e trasformare una visione in un progetto largamente condiviso. Vogliamo parlarne?
    Con stima, cordiali saluti
    gm

    Cordiali saluti

  14. Articolo molto interessante che mi vede d’accordo sull’analisi del nostro declino e su quello che bisognerebbe fare per fermarlo. NON sono tuttavia d’accordo sul fatto che tanto vale fare governare i 5 stelle : questi sono dei totali ignoranti e incompetenti, e il danno che potrebbero arrecarci immenso.

  15. Impossibile ipotizzare che l’invito sia accolto da tutti.
    Intanto mi chiedo: e se lo fosse?

    Se invece in pochi non lo accolgono, chi andrà a votare? Presumibilmente una minoranza abbastanza orientata verso una determinata opinione politica, determinando così una maggioranza non rappresentativa di tutto l’elettorato. O no?

    Eventualmente, grazie per l’attenzione.

  16. Avevo cominciato a seguire questo argomenti e ho continuato fino in fondo.
    In extremis, visto il giorno e l’ora, mi azzardo ad esprimere una mia riflessione.
    Anche perché se si è deciso di lasciare spazio di esprimerle non credo che sia solo per sentirsi applaudire.
    Rifletto sui dati dei sondaggi, ben sapendo che possono saltare parecchio come nel 2013 quando si sono verificati divari a due cifre rispetto ai risultati. Solo che adesso non vedo grandi possibilità che l’evento si ripeta.

    Se ho capito bene, e c’è sempre da dubitare, l’invito è rivolto non a tutti ma a chi sarebbe propenso a votare il meno peggio, cioè il PD che potrebbe portare alla soluzione B. Che poi è quella che più si avvicina alla maggioranza nei sondaggi. La coalizione CS+FI++Europa+Noi supererebbe il CD.
    In quanto alle motivazioni per venir meno alle promesse dei leader di non fare accordi diversi da quelli proposti, si troveranno davanti ai risultati con la necessità di dare un governo all’Italia ‘per senso di responsabilità’. Sarà l’interpretazione della volontà dell’elettorato.
    Sembra che l’intento sia di mettere alla prova la soluzione C. Sono d’accordo che le condizioni al contorno non consentirebbero granché danni, alla fine. E non sarebbe granché peggio della soluzione B.Ma l’astensione nell’area del PD porterebbe ad un suo calo percentuale e favorirebbe percentualmente le altre formazioni. Chi se ne avvantaggerebbe di più sarebbe il CD rispetto al M5S, perché è più su nei sondaggi. Quindi l’astensione mi sembra che sia più un aiuto alla soluzione A che alla C. Anche se la ricerca del M5S di sostegno a destra spaventa parecchio.

    Non mi azzardo a proporre niente.

  17. É quindi se vince l’ipotesi D , se capisco bene , vi sarà la disgregazione di BS-Renzi e si spera di tutto il vecchiume (liberi e uguali, Dalema, Bersani, i dissidenti cassati da Renzi e perfino la Bonino) e i populisti dimostrerebbero la loro inconsistenza (ripiegando almeno da subito su una moderata/diplomatica condotta democristiana: cioè non agire – perché secondo me , per es. anche un Salvini si caga sotto al un’ipotesi di un’uscita dall’euro ).
    Quindi amettendo che una parte consistente di chi li ha votati si renda conto della loro consistenza rimane un problemone: chi C’è sulla piazza come vera alternativa?
    Ultimamente ho notato questi nuovi “10 volte meglio” , ma non riesco a capire se sono solo giovani sognatori o ci sia della sostanza sotto. Lei Boldrin li ha mai sentiti? Ne potrebbe dare un’opinione ?
    Ps: grazie comunque per i suoi contributi su Facebook e drin-drin con Forchielli! Insieme alle trasmissioni di Giannino rimanete l’unica ancora di salvezza a chi voglia provare a rimanere attaccato al realismo e alla sobrietà. Anche per chi come me non ha una formazione economico/politica (ma leggendo e ascoltando i concetti pian piano entrano)

  18. Chili Palmer says:

    Concordo in parte, ritengo la novita’ 5S non risolutiva ma disruptive di un sistema che non puo’ stare in piedi.
    Il futuro? Carabinieri…oppure la rottura dell’unita’ nazionale in regioni-nazioni piu’ gestibili amministrativamente, del resto e’ una tendenza globale, il numero di nazioni sta crescendo da anni.

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